domenica 31 dicembre 2017

Il mio 2017 in musica

Probabilmente nel marasma di classifiche di fine anno anche la mia potrà essere letta con superficialità, ignorata o tenuta nella massima considerazione a seconda che mi si reputi una persona più o meno autorevole nel campo musicale, cosa che lascia sempre il tempo che trova in un senso o nell'altro.
Che la condividiate o meno di certo, quella che segue, è frutto di una scelta ponderata e ragionata, su quelli che sono stati i miei ascolti in questo anno che sta per terminare. Ascolti un po' meno corposi di quando lavoravaro dietro un microfono, ma certamente sostanziosi per come la passione musicale continui ad essere alimentata costantemente, nonostante ora sia tornata nel semplice alveo della, appunto, passione. Questi sono secondo me i migliori album del 2017. Non una verità assoluta, ma di certo dischi che è valsa la pena ascoltare e che hanno contribuito a rendere interessante quel tanto vituperato rock, che molti danno per defunto da tempo.

1. CHEAP WINE - dreams 
Per celebrare i vent'anni di attività, la band pesarese sfoggia uno dei migliori titoli della sua discografia. Un disco nato ricorrendo all'aiuto dei fans attraverso un crownfunding, scelta dolorosa ma necessaria, cui Marco Diamntini e compagni hanno risposto confezionando un grande disco di "Americana" che in dieci brani versatili ed incisivi, vuole essere uno sguardo positivo sul futuro, che possa scacciare definitivamente gli incubi che avevano generato i due capitoli precedenti di questa trilogia. Un disco di cui andare fieri.


 2. IDLES - brutalism
La sorpresa dell'anno! Un disco d'esordio dove il punk iconoclasta si sposa alla perfezione con il noise venato di hardcore che richiama alla mente la scena americana degli anni ottanta,  restando profondamente british nel suo porre l'accento sui mali della società e dell'establishment inglese. Un gruppo fuori di testa, a guardare certe loro esibizioni live, che ti manda fuori di testa, costringendoti a premere il tasto repeat ogni volta che il disco finisce. Ritmiche serrate, chitarre taglienti fanno da substrato a canzoni ca cantare a squarciagola.



3. THE DREAM SYNDICATE - how did i find myself here?
Steve Winn rispolvera la sigla del Sindacato del Sogno non per raschiare il fondo del barile, come un vecchio e consumato rocker, ma per proporre un set di canzoni che richiamano alla mente più gli esordi acidi ed affilati, che non, i seppur magnifici e "orecchiabili" lavori maturi di fine carriera. Un disco dove le chitarre sono sempre armoniche ed aggressivamente acide, che colpiscono direttamente  al cuore. 





4. MOTORPSYCHO - the tower
I Motorpsycho sfoggiano l'ennesimo monumentale album che, seppure senza aggiungere nulla di nuovo alla loro cifra stilistica, riesce a sorprendere per ricercatezza e cura nel confezionare brani memorabili. La sola A.S.F.E. varrebbe il prezzo dell'acquisto, ma dalla title track alla conclusiva "Ship of Fools" si viaggia in mondo musicale senza confini.




5 . MARK LANEGAN BAND - gargoyle
The voice continua il suo viaggio musicale, incurante di sembrare, per alcuni troppo vecchio, per altri un reduce che cerca di riciclarsi con suoni moderni. In Gargoyle si trova di tutto: blues fangosi, e rock che flitra con ammiccanti ritmiche dance. Tutto legato sapientemente da una voce che è una garanzia, oltre che un marchio di fabbrica inconfondibile.


6. PROTOMARTYR - relatives in descend
I campioni del post punk della loro genrazione continuano a sfornare album intensi capaci di fondere le atmosfere di Fall e JoyDivision, sorattutto nella ritmica, con le chitarre taglienti che richiamano i migliori Fugazi. A fare da collante a queste e mille altre atmosfere, dei testi con un preciso immaginario poetico, sul quale incastonare anche una visione politica e reale. Un disco che conferma un gruppo all'apice della sua creatività.





7. GOSPELBEACH - another summer of love
Il secondo album dei GospelbeacH mantiele le promesse emerse nel disco d'esordio,  mostrando sempre una band legata al suono della west coast degli anni sessanta, ma mettendo meglio a fuoco il lato melodico intriso di armonie jingle jangle, echi di Byrds e Big Star che continuano a restare numi tutelari di una band dal solido passato e che può rivesterire meglio di classicicsmo il futuro.


8. GREG GRAFFIN - milliport
In undici anni il carismatico leader dei Bad Religion, ha sfornato tre album da solista nei quali si allontana dai territori abituali del punk melodico californiano, per dedicarsi ad un sentito omaggio alle radici della musica americana. Anche in questo terzo capitolo, spicca la sua scrittura sempre a fuoco, che risulta credibile tanto quanto quella dei Bad Religion. canzoni che sanno di frontiera, con uno spirito roots in linea con la tradizione.




9. CUT - second skin
Anche i bolognesi Cut hanno festeggiato il entennale di carriera con un disco nuovo nel quale ripropongono al meglio il loro suono poco allineato alle masse, dove il post punk si fonde con un hardcore a tratti duro da digerire anche per i più avvezzi a certi suoni. Ricco di ospiti che hanno collaborato alla stesura dei brani, tra i quali spicca il grandissimo Mike Watt (Minutemen/Firehose/Stooges).






 10. THE BLACK ANGELS - death song 
I texani Black Angels sono senza dubbio alcun il nome di punta della scema garage psichedelica mondiale. Anno dopo anno e album dopo album, sissono costruiti una solida reputazione che li porta ad essere la versione moderna dei grandissimi 13th Floor Elevators. Anche questo quinto album conferma la statura raggiunta da Alex Maas e soci capaci di creare un filo unico che parte dai Velvet Undergrond ed i citati 13th Floor, passando per Spiritualized ed arrivando ai giorni nostri con uno spirito immutato ma attuale ed al passo con i tempi.


altri 10 album degni di nota:
11. ALGIERS - The underside of power
12. JULIE'S HAIRCUT - invocation and ritual dance of my demon twin
13. NO STRANGE - il sentiero delle tartarughe
14. FILTHY FRIENDS - invitation
15. PAUL WELLER - a kind revolution
16. DENIZ TEK & JAMES WILLIAMSON - acoustic ko
17. FOUR BY ART - inner sounds
18. XX - i see you
19. EFFERVESCENT ELEPHANTS - ganesh
20. PAOLO BENVEGNU - h3g

martedì 3 ottobre 2017

Cheap Wine - Dreams (Cheap Wine Records/IRD) recensione



Quella dei Cheap Wine è una storia classica di resistenza che, senza voler essere blasfemi dal richiamare storie partigiane, dura da 20 anni quando partì l’avventura discografica di quattro ragazzi di Pesaro innamorati del Rock’n’Roll. Un gruppo fiero della sua indipendenza che a cadenza regolare, quasi biennale, è arrivato al dodicesimo capitolo con l’album “Dreams” che viene pubblicato oggi 3 ottobre 2017, data quasi simbolica, perché ricorrente in molte uscite precedenti. 
In questo lungo ventennio, Marco Diamantini e compagni hanno fatto tutto da soli, perché hanno ben presto capito che questo era l’unico modo per garantirsi un futuro ed una credibilità presso un pubblico di appassionati che, come loro, ha trovato nel rock una via di salvezza dall’ordinarietà della vita quotidiana. Venti anni di carriera vissuta tutta nell’indipendenza, con produzioni e tour regolari e continui su è giù per la penisola, rappresentano un caso unico nel panorama musicale italiano, e che ha rischiato di naufragare per la crisi che riguarda tutto il settore. 
Così, per continuare ad esistere, i Cheap Wine hanno dovuto ricorrere alla pratica del crowdfunding per realizzare l’ultimo disco. Una scelta dolorosa ma necessaria che ha trovato una risposta positiva tra i fans, gli oramai mitici “wineheads”, che già avevano spinto il gruppo a pubblicare il precedente “Mary and the Fairy” (2015)(recensione quì) unico album pubblicato su vinile dalla band, acquistando le copie ancor prima che venisse pensato e realizzato. Così è nato “Dreams” terzo ed ultimo capitolo della trilogia aperta da “Based on Lies” (2012) (recensione quì) e proseguita con “Beggar Town” (2014) (recensione quì).
La risposta dei Cheap Wine all’affetto dei fans e di chi si avvicinerà all’ascolto di questo disco, è stata quella di regalare loro un album magnifico che va a collocarsi ai vertici della loro produzione. Dieci canzoni sontuose composte, arrangiate, suonate e registrate con amore. Amore per il proprio lavoro, amore per la tradizione del rock, amore per il pubblico cui è destinato.  Se vogliamo, una trilogia anche questa. 
L’idea di fondo che permea “Dreams” è quella di trovare una chiave di speranza e positività riguardo al futuro, che i personaggi travolti in “Based on Lies” da una devastante crisi economica che ha peggiorato drammaticamente le condizioni di vita, venivano acuite dallo stravolgimento della realtà che i mass media hanno messo in atto per intrappolare tutti in un mondo dominato dalla finzione. Così nel successivo “Beggar Town” ci si trova a riemergere in superficie e trovare solo macerie che non fanno altro che aumentare il senso di desolazione e smarrimento con una sola via d’uscita: la sopravvivenza.
Sopravvivenza che si può trovare solo in un verso di “To Face a New Day”, un brano proprio di “Based on Lies” che recita “Dreams are all that we have to face a new day” (“I sogni sono tutto quello che ci resta per affrontare un nuovo giorno”). Non sappiamo quanto l’arguta penna di Marco Diamantini, in un momento doloroso come quello in cui ha scritto le canzoni di Based on Lies, abbia inconsciamente messo questa frase su carta, per indicare una via di fuga che all’epoca non si poteva assolutamente prevedere, ma sta di fatto che questo barlume di resistenza alla fine è riuscito a prevalere ed emergere come un piccolo fiore tra le macerie. 
Così “Dreams” prova a togliere la drammaticità che ci circonda e resiste contro chi tenta di minare amore e affetti a noi vicini, con canzoni che raccontano storie che sono un insieme di sogni che tutti noi facciamo, con il loro campionario di bellezza, stravaganza, inquietudine. E i sogni sono una parte integrante della storia dell’uomo perché attraverso di essi si è evoluto, ha progredito, ha imparato a conoscere se stesso e ha anche alleviato le sue sofferenze. 
Come dicevo “Dreams” è un altro grande album che non sposta nulla nella storia del gruppo, nel seno che non rappresenta uno scatto in avanti, cosa oramai non necessaria, ma non è neanche una riproposizione di cose già sentite, cioè non è un disco scritto con il pilota automatico, da un autore oramai maturo e da un gruppo di musicisti di grande qualità che cesella gli arrangiamenti con consumata maestria. Quello che i Cheap Wine hanno cercato in Dreams, è quello di dare un volto rinnovato al loro suono, soprattutto puntando sul suono delle tastiere che hanno sostituito il pianoforte che caratterizzava il sound dall’ingresso di Alessio Raffaelli. Ci si trova così ad ascoltare sì un classico album dei Cheap Wine, ma che permette ad ogni ascolto di restare piacevolmente sorpresi per la scoperta di un suono, un arrangiamento diverso che non fa altre che aumentare la cifra stilistica della band. 
Dieci canzoni in cui si alternano i furori rock’n’roll, con ballate ora cupe, ora sognanti che fanno sì che il disco non abbia mai una caduta di tono, ma trasporti l’ascoltatore in un mondo sonoro ben conosciuto ma altrettanto nuovo in tanti piccoli dettagli che non fanno altro che confermare la maestria di musicisti come Michele Diamantini, chitarrista eccelso che non ha bisogno di mostrare la sua maestria con i lunghi assolo di un tempo, come Andrea Giaro che ricama linee di basso avvolgenti, come Alan Giannini che sorregge tutto con il drumming. Difficile scegliere o segnalare un brano piuttosto che un altro, se non fare una menzione particolare per i due brani che chiudono l’album. “Reflection” è una ballata folk che richiama alla mente i Led Zeppelin, mentre la title track “Dreams” mette in mostra un Marco Diamantini inedito che mette in campo un piccolo spoken word pieno d’amore per il piccolo Federico, “vero ispiratore” della speranza che permea tutto il disco.
Come sempre il disco presenta tutti i testi con traduzione ed è registrato in maniera eccellente da Alessandro Castriota, ed è arricchito da un video del brano d’apertura “Full of Glow” realizzato dalla maestria grafica di FrancescoZanoZanotti” tornato insieme ai compagni di un tempo, seppure solo in veste di disegnatore.
L’album è distribuito da IRD ed è in vendita sul sito della band www.chepwine.net dove è possibile acquistare anche il libro che raccoglie tutti i testi con traduzione a fronte pubblicati dalla band dal 1997 ad oggi.



mercoledì 14 giugno 2017

Make Some Noise - Iggy Pop live Medimex Bari 10.06.2017

“Make some noise”…è quasi mezzanotte quando Iggy Pop, volge le spalle al pubblico di Bari rivolgendosi ai suoi musicisti per mettere la chiosa finale ad un grande concerto. Dopo qualche secondo in cui anche un musicista navigato come Kevin Armstrong, chitarrista e direttore d’orchestra della band che supporta l’Iguana, resta interdetto prima di cogliere il senso della richiesta, parte un muro di rumore che mette il sugello ad una notte magica che segna uno dei successi del Medimex International Festival & Music Conference edizione 2017, mandando in visibilio il pubblico di oltre trentamila appassionati che sono giunti da ogni parte d’Italia, per un appuntamento che si è rivelato imperdibile per gli adepti dell’unico vero Re del rock’n’roll vivente. Perché Iggy Pop questo è in realtà: l’incarnazione dello spirito di una musica data per morta in continuazione, ma che sa risorgere ogni qual volta lui sale sul palco. Prima della sfilza di rumori che il quartetto alle spalle di Iggy ha inscenato, sono stati 90 minuti di delirio totale durante i quali sono stati eseguiti venti brani che hanno rappresentato al meglio la carriera di uno dei più grandi performer della storia della musica, intervallando i classici della sua carriera da solista, con quasi tutti gli anthem del periodo Stooges


Si è partiti con un grande classico come “I Wanna Be Your Dog” con Iggy che entra in scena come sempre a torso nudo, incurante delle 70 primavere sulle spalle e della recente operazione all’anca, che lo ha reso ancora più claudicante, ma che non gli impediscono di andare su e giù per il palco, mettendo in scena il suo essere incarnazione del migliore spirito del rock. Subito dopo la ballata stoogesiana “Gimme Danger” per poi infilare uno dietro l’altro i classici più noti, “The Passenger” e “Lust For Life” che mandano in visibilio soprattutto il pubblico dei giovanissimi che hanno questo Iggy Pop di riferimento, quello che fa da colonna sonora agli spot pubblicitari, piuttosto che quello che si accompagnava con i compianti fratelli Ron e Scott Asheton. Il delirio è subito totale, il pogo sotto il palco diventa ferocissimo, al limite della sopravvivenza, si ondeggia in maniera selvaggia e si rischia di restare schiacciati contro la transenna, anche se per fortuna si uscirà alla fine solo con qualche livido e litri di sudori, scambiati con i vicini di postazione. Sul palco, dietro le quinte, di tanto in tanto, fa capolino un altro vecchietto: il fotografo giapponese Masayoshi Sukita che immortalò David Bowie ed Iggy Pop durante un loro viaggio in Giappone, per promuovere l’album di Iggy Pop, realizzando scatti immortali che finirono sulla copertina di “Heroes” e “The Idiot” usciti 40 anni fa e che fino al 2 luglio sono in mostra, per la prima volta in Italia. al Castello Svevo di Bari, e che continua a ritrarre l’amico sul palco.
La Band, composta da Kevin Armstrong, già chitarrista di Bowie, Seamus Beaghen, già nei Madness, alla seconda chitarra e tastiera pi il giovane bassista Ben Ellis e completata da Mat Hector alla batteria, suona da paura sia nei registri ad alto tasso adrenalinico, che su quello più quieto delle ballad, facendo pensare di essere una delle migliori che abbiano mai accompagnato l’Iguana. Il repertorio verte più sul periodo degli anni ’70 che su quello recente, al quale vengono concessi pochi passaggi come “Skull Ring” dall’album omonimo e “Gardenia” da “Post Pop Depression scritto insieme a Josh Homme. C’è spazio per brani  di grande spessore come “Sixteen”  e “Some Weird Sin” ed una cattivissima “Repo Man” che lascia il segno primo del finale da brividi aperto da “Search & Destroy” cantata giù dal palco in mezzo al pubblico, doppiata da un altro grande classico degli Stooges come “Down On The Street”. Il concerto è al suo culmine econ grande sorpresa viene chiuso da “Mass Production” un brano che Iggy esegue raramente, che in questa occasione viene reso ancora più oscuro e pesante di quanto non fosse su disco.
Non c’è quasi bisogno di chiedere il bis di rito, perché non passa che un minuto o poco più perché i musicisti tornino sul palco per il gran finale aperto in maniera soft da “Gardenia” per pi piazzare il colpo da KO con un trittico di classici degli Stooges che non fanno prigioneri: “No Fun”, “1969” e “TV Eye” rappresentano l’essenza della musica di Iggy Pop del suo essere il padre putativo del Punk e di tutti i gruppi che hanno scelto di suonare l’High Energy Rock’n’Roll, brani che portano al suo cospetto non solo i vecchi aficionados come chi scrive, ma anche frotte di giovanissimi che magari resteranno folgorati da una serata come questa e sceglieranno di imbracciare una chitarra, per cambiare la musica che, almeno in Italia, sta andando verso una deriva follemente molliccia e pericolosa.
Ma c’è ancora tempo per l’incedere danzereccio di “Real Wild Child (WildOne)”, di un brano spettacolare come “Candy” e dell’apoteosi che arriva sulle prime note di “Real Cool Time”. Le luci si accendono sul pubblico stravolto da una scaletta senza cadute e condotta giù a rotta di collo dal primo all’ultimo minuto che è riuscita, semmai ce ne fosse bisogno, a creare una simbiosi perfetta tra pubblico ed artista che, nonostante dal mixer inizino a partire le note post concerto, torna sul palco per un secondo encore fuori programma. Appena Iggy urla al microfono “Loose”, torna a scatenarsi il finimondo. Il brano viene eseguito in maniera selvaggia e veloce, Iggy Pop ondeggia da una parte all’altra del palco, indemoniato come e forse più di prima che al suo ingresso sul palco e quando il brnao termina lui ha ancora energie per  il sugello finale di “Make Some Noise” cinque o più minuti di rumore assoluto, il rumore che il rock ha ancora una volta ha fatto nello stravolgere le vite dei presenti, sia che si fosse già avvezzi a questo tipo di spettacolo,sia che lo si assaporasse per la prima volta. E quando i musicisti abbandonano palco e strumenti, Iggy resta lì, sdraiato sul palco ad assaporare un’ovazione degna di un Re o di un American Ceaser uscito vincitore dall’arena.
Un concerto che resterà negli annali, non solo per la performance dei musicisti, ma anche per essere uno dei primi a dovere fare i conti con le misure di sicurezza anti terrorismo varate di recente. Una prova ampiamente superata grazie all’ottima organizzazione del Medimex, cui va tributato un giusto plauso per tutto il cartellone proposto, al lavoro delle Forze di Polizia, presenti in gran numero, ma altrettanto discrete, e ad un pubblico maturo che ha fatto da degna cornice nel suo ruolo di coprotagonista.

Iggy lascia il palco a furia di “fucking grazie”  cui noi rispondiamo con altrettanto  trasporto con un “fucking grazie a te di esistere”. 

venerdì 4 novembre 2016

4.11.1991 - 4.11-2016 25 anni fa nasceva Planet Rock


Logo di Planet Rock disegnato da Ice One

Il 4 novembre del 1991 alle ore 21.00 Radio Rai mandava in onda per la prima volta, Planet Rock, un programma musicale destinato a segnare un epoca e che ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale. a Planet Rock sono legato in maniera viscerale perché quel programma mi ha visto protagonista nelle vesti di ascoltatore e non solo, come leggerete di seguito, ma anche perché mi ha dato l'opportunità di cimentarmi davanti al microfono, come conduttore in una sola occasione e svariate volte come ospite, prima di diventare a mia volta un professionista della radio nella mia città natale. Planet Rock mi ha dato l'occasione di trasformare la passione in lavoro, mi ha fatto diventare, mio malgrado, un personaggio e, soprattutto, mi fa fatto stringere solidi rapporti di amicizia con i suoi conduttori, con Rupert in particolare, e con tanti ascoltatori che trascorrevano le serate ad ascoltare la radio invece che guardare la tv. Erano anni in cui si comunicava tramite lettere, cartoline, fax. Non esistevano ne internet ne i social media, ma si creò lo stesso una grande comunità. Quella che segue è la storia ragionata di quella epopea entrata nel mito perché riuscì ad abbattere gli steccati di genere presenti nella musica, aprendo un mondo musicale sconfinato, per migliaia di giovani che non volevano uniformarsi al "sentire" comune, cosa che ahimè oggi non esiste più. Tracce di Planet Rock si possono ascoltare nel sito dedicato dalle teche Rai. Buon ascolto e buona lettura.

1991
Planet Rock inizia ad orbitare il 4 novembre 1991 dagli studi di StereoRai in via Asiago 10 a Roma, con al microfono Luca De Gennaro e Gennaro Iannuccilli. La produzione è di Eodele Bellisario.
Eodele Bellisario in veste di fotografo 
Inizialmente il nuovo programma è intitolato: “Stereodrome presenta Planet Rock” e raccoglie l’eredità della fascia oraria serale 21.00 - 24.00 e, in parte, dei contenuti musicali di quella storica trasmissione di StereoUno che dal 1985 aveva rinnovato la tradizione che Radio Rai ha sempre avuto nel presentare programmi specificamente dedicati alla musica pop, rock e d’avanguardia.
Sia il titolo che la sigla fanno diretto ed esplicito riferimento al “Planet Rock” di Afrika Bambaataa & the Soul Sonic Force, brano (del 1982) che non solo rappresenta la pietra angolare dello stile Electro-funk e Hip hop ma che , inglobando il rap, la dance e il rock elettronico dei Kraftwerk in una anticipatrice fusione sonora, può essere considerato come il manifesto delle nuove prospettive creative che si stagliano sull’orizzonte della musica rock all’alba degli anni ’90.
Planet Rock, secondo l’idea originale di Luca De Gennaro, si propone di fornire il più ampio panorama sulla scena musicale contemporanea e di ridefinire i canoni e le modalità del linguaggio rock attraverso l’abbattimento degli steccati stilistici e la disintegrazione delle vecchie etichette di genere.

Si archiviava su cassetta

I primi mesi di P.R. sono segnati dall’esplosione del grunge con la trasmissione delle leggendarie performance dei Nirvana al Castello di Roma il 19 novembre 1991 e dei Pearl Jam al Sorpasso di Milano il 18 febbraio 1992. Questi due avvenimenti live costituiscono il punto di partenza della lunghissima serie di concerti dal vivo che P.R. diffonderà nel corso degli anni, a volte in partnership con la BBC e altre emittenti europee, altre volte in collaborazione con alcuni fra i maggiori festival musicali quali “Arezzo Wave” o il “Bristol Sound City”.

1992

Nella primavera del 1992 c’è il primo cambio di turno stagionale per i conduttori di P.R. con Alberto Campo, Marco Basso e Mixo che, dalla sede Rai di Torino, proseguono sul solco appena tracciato da ‘i Gennari’ (così Luca e Gennaro vengono affettuosamente chiamati dagli ascoltatori).
L’indimenticabile edizione torinese continua e rafforza la proposta di live, interviste esclusive e presentazioni di dischi in anteprima. Una rubrica di straordinario successo è quella della “Scaletta Ragionata” che vede protagonisti attivi gli ascoltatori che, sera dopo sera, presentano le proprie proposte discografiche.
E’ giusto nell’estate di quest’anno che i Planetari diventano un’inarrestabile forza propulsiva. Eliana Biolatti e Rosy Arlìa fondano il primo nucleo di quello che diventerà il “Planet Rock Fan Club” (inizialmente “Planet Rock Fun Club”), un club che raccoglie in breve tempo moltissime adesioni dagli ascoltatori di ogni parte della penisola.

Logo del Fan Club disegnato da Fabio Gaudio
Alla fine di ottobre 1992 c’è l’avvicendamento in conduzione con il ritorno dei pionieri Luca De Gennaro e Gennaro Iannuccilli, coadiuvati in regia e in redazione da Elena Frova. Si inizia ad utilizzare la Sala A del Palazzo della Radio di via Asiago a Roma per la realizzazione di concerti aperti al pubblico e prodotti da Planet Rock, sempre rigorosamente in diretta, con protagonisti tutti i gruppi dell’emergente e vivacissima nuova scena italiana.
L’esperto musicale Claudio Sorge collabora con la rubrica settimanale “Rumore” e il Dj DubMaster Spillus inizia a diffondere dalla sua “Astronaughty” i megamix reggae-dub-jungle trasmessi il sabato notte.

1993

Continua la cadenza semestrale del cambio di conduzione e a metà primavera arrivano Mixo e Rupert con Franz Roccaforte nella doppia veste di regista e conduttore, in onda dagli studi romani di StereoRai.
Gennaro Iannuccilli, Rupert e Riccardo Pandolfi

L’infaticabile Pilla (una segreteria telefonica innestata su un registratore a bobine) è la gelosa depositaria delle migliaia di fantastici messaggi che gli ascoltatori vogliono scambiarsi e diffondere su tutto il pianeta.
Il 4 settembre si tiene il primo “Raduno di Planet Rock” a Belmonte Calabro, per iniziativa del P.R. Fan Club. Con la scrupolosa organizzazione di Rosy Arlìa, Eliseno Sposato e degli altri amici fondatori, i Planetari provenienti da ogni parte d’Italia si incontrano in un effervescente clima di fratellanza sonica.
E’ il primo di una lunga serie di raduni ed eventi che riuniranno, sempre più frequentemente, tutte le parti attive di P.R.
Prende così corpo un vasto quanto affiatato raggruppamento di persone (antesignano delle attuali community) che, in un'epoca dove i trasferimenti dati sono ancora di tipo analogico, fa dell’interattività la sua consuetudine in stimolante espansione e che si rinsalda progressivamente nel nome di una condivisa passione musicale.
A novembre P.R. ritrova in conduzione la storica solidissima coppia formata da Luca De Gennaro e Gennaro Iannuccilli, con Elena Frova sempre in regia e redazione.
Collabora al programma anche l’esperto di musica nera David Nerattini.

1994

Il 14 marzo per decisione dei vertici Rai vengono chiusi i canali radio Stereofonici ma il programma continua ad essere irradiato sulle frequenze di RadioDue soprattutto per merito della mobilitazione “Salviamo il Pianeta” promossa dagli ascoltatori e appoggiata da tanti musicisti e organi stampa musicali che inviano e pubblicano appelli e petizioni, rivolti alla dirigenza Rai, per invocare la prosecuzione del programma.
A inizio aprile l’entusiasmo per la vittoria viene freddato dalla tragica notizia della morte di Kurt Cobain. I Nirvana sono la band che più di tutte le altre ha, fin dagli inizi, orbitato all’unisono con P.R. e la scomparsa del suo leader, che avviene a poco più di un mese dall’ultimo concerto trasmesso (Nirvana al Palaghiaccio di Marino il 22 febbraio 1994), getta nello sconforto tutti i Planetari.
A maggio Luca e Gennaro passano il microfono a Mixo e Rupert con Paolo Gironi che entra in redazione e in regia.
Che P.R. sia diffuso nell’etere anche in onde medie fa sì che il programma sia ascoltato anche all’estero, in particolare nei paesi dell’est europeo. Dall’ex Jugoslavia, martoriata dalla guerra civile, giungono poi messaggi che convincono della necessità di dare un segnale di speranza nella pace, è così che al termine di ogni puntata viene trasmessa la canzone pacifista “War”, inizialmente nella versione originale di Edwin Starr e poi nella cover eseguita da Bruce Springsteen, dedicata a tutti gli ascoltatori che soffrono per le spaventose violenze della guerra.

si viaggiava lentamente via posta

L’esperto musicale Paolo Ferrari collabora con la rubrica settimanale di black music “Cronaca Nera”.
Il primo fine settimana di settembre (2-4) ha luogo il secondo raduno di Planet Rock ad Amantea (CS), organizzato in grande stile dal Fan Club coordinato dal Gran Capo Eliseno e con la diretta radio della serata Live, che vede protagoniste qualificate band italiane e la presenza di tutti gli speaker di P.R. Una moltitudine di Planetari festanti arriva da ogni parte d’Italia.
Verso la fine dell’estate torna a circolare la voce di una imminente chiusura del programma, proprio quando Joey Ramone garantisce personalmente la disponibilità del più leggendario gruppo punk di tutti i tempi alla diffusione radio di un loro concerto. Purtroppo viene ufficializzata la decisione di togliere P.R. dalla programmazione di Radio Rai e così il 30 settembre si “celebra” la chiusura della trasmissione proprio con la diretta dello show dei Ramones dal Palasport di Sassari (inviato speciale Franz ‘Sardo’ Roccaforte).

1995

La cartolina contro la chiusura di Planet Rock
Nel gennaio 1995 la valanga di proteste seguite alla chiusura di P.R. induce la nuova dirigenza di Radio Rai a valutare la riapertura del programma, evento che si materializza il 31 gennaio sulle frequenze, questa volta di RadioUno, con Fabio De Luca che debutta in coppia ora con Gennaro Iannuccilli e ora con Luca De Gennaro, presenti in studio a giorni alterni.
Da ‘veterano’ ascoltatore di Stereodrome e Planet Rock, Fabio si dimostra subito all’altezza di una situazione non facile data la precarietà della collocazione di P.R. nel palinsesto serale di RadioUno che tradizionalmente privilegia i contenuti sportivi a quelli musicali.
Con l’appoggio costante e paziente di tutti i Planetari, il programma ridefinisce la sua linea e la nuova coppia di conduttori formata da Rupert e Paolo Gironi, con la regia di Maurizio Moroni, può annunciare, alla fine di giugno, il trasferimento dell’orbita di P.R. sulle più consone frequenze di Radio2 che il 3 luglio diffonde, in fm e in onde medie, le voci di tutti i conduttori storici riuniti per la diretta dal concerto degli Oasis a Milano.
Due mesi prima (il 2 maggio) P.R. aveva prodotto e trasmesso, in diretta dalla gremitissima sala A di via Asiago, il primo vero concerto italiano dei Radiohead (il giorno precedente erano brevemente apparsi sul palco del Concertone del 1 maggio a Roma).
Il terzo Raduno di Planet Rock viene questa volta organizzato dai coraggiosi Planetari di Tricase dove nell’ultimo week end di agosto (25 e 26) si fa festa a ritmo di taranta salentina con la partecipazione di tutta la grande famiglia di P.R.
A settembre, proprio quando arriva dai territori della ex Jugoslavia la splendida notizia della fine della guerra civile, Rupert e Paolo lasciano la conduzione a Fabio de Luca e Riccardo Pandolfi che proseguono magistralmente per tutta la stagione autunno inverno 95-96.


Deniz Tek (Radio Birdman), Eliseno e Paolo Gironi
1996

Nella primavera del 1996 c’è il rituale avvicendamento nella cabina di comando del pianeta con il ritorno di Rupert e Paolo Gironi per quella che è destinata ad essere l’ultima stagione di P.R. Una mutazione cosmica è alle porte e si chiama “Suoni e Ultrasuoni”, un nuovo progetto radiofonico che, in autunno ingloberà P.R. prendendone in carico l’eredità musicale e culturale.
Il primo fine settimana di settembre (5-7) sulla spiaggia di Diamante, costa tirrenica della Calabria, si tiene la quarta edizione dell'ormai leggendario Raduno di Planet Rock. Ancora una volta è Eliseno, il gran capo del P.R. Fan Club, naturalmente con il supporto del comitato organizzativo, che allestisce un Raduno affollatissimo e indimenticabile. Non sarà l'ultimo raduno perché il Fan Club continuerà, nel corso degli anni seguenti, ad organizzare meeting in diversi luoghi d'Italia, in particolare in Valtellina dove Gabriella Giudice continuerà costantemente a dare appuntamento a tutti i planetari, ancora oggi.
Con la diretta dal Link di Bologna, nella nevosa notte del 31 dicembre 1996, Planet Rock si congeda dai suoi fedeli ascoltatori e con un’ultima virata sulla sua traiettoria scompare oltre l’orizzonte celeste.

C.A.F. (Considerazione Astronomica Finale)

La storia di Planet Rock è durata, circa, la cinque millesima parte dell’anno platonico (25.920 anni). L’anno platonico, detto anche anno perfetto, è il periodo nel quale avviene, in conseguenza della precessione degli equinozi, lo spostamento di 360° della cintura delle costellazioni.
Grazie dunque a P.R. per averci condotto sulla giusta orbita lungo un tratto, breve ma fondamentale, del nostro cammino nell’universo.

una scaletta ragionata visibile ancora oggi sulla SGC Cosenza-Crotone

giovedì 20 ottobre 2016

Bob Mould live at Estragon, Bologna 15.10.2016

Bob Mould live @ Estragon 


Ritorno a pubblicare un post su questo blog da tempo immemore, per una serie di ragioni che ,magari spiegherò in altra occasione, visto che ora potrebbe interessare davvero poco a chi torna su queste pagine per leggere di un concerto memorabile. Da quando sono state annunciate le due date italiane del tour a supporto di "Patch The Sky" sul mio calendario di eventi da seguire in questo 2016, sono state subito cerchiate in rosso, anche perché Milano e Bologna, seppure lontanissime da Cosenza, oggi sono abbastanza comode da raggiungere grazie ai voli low cost ed ai tanti amici sparsi nelle due città, pronti a dare ospitalità a questo incallito viaggiatore del rock'n'roll quale sono. Poi nell'approssimarsi delle date, un po' per gli impegni di lavoro, ed un po' perché sopraffatto dalla "vilienza" cosentina, stavo per mancare ad un incontro che non mi sarei mai perdonato in seguito.Poi complice i rumors sulla rete che mi hanno fatto desistere dalla data milanese, spostata ai Magazzini Generali, un luogo a detta di tutti dove la musica si ascolta male, ho focalizzato la mia attenzione sulla data bolognese, che presentava un appeal maggiore vista la presenza in città della mostra "David Bowie is" nella quale mi sono fiondato in mattinata per godermi in tutta calma di questo meraviglioso allestimento che invito davvero a non perdere, visto che siamo agli ultimi giorni (al Mambo di Bologna fino al 13 novembre prossimo). 
The A Number Two (1986-1992) 
Uscito dalla mostra (ore 16.00!) ricevo la "chiamata alle armi" dell'amico Marco Sanchioni da Fano, a cui mi lega una lunga amicizia nata proprio dalla comune passione per la musica degli Hüsker Dü, ai tempi in cui lui conduceva una bella band chiamata The A Number Two.

Al telefono sento la sua voce che dice: "io sono gia quì, zio Bob arriva alle 18.00 e devo farmi autografare dei dischi e magari riusciamo a farci una foto". Il tempo di arrivare nella sperduta landa del Parco Nord e ci piazziamo in attesa che Bob Mould arrivi. Il tempo trascorre in fretta con Marco che ci racconta, a noi si erano aggiunto nel frattempo Enrico Tallarini ed un suo amico di cui non ricordo il nome, il concerto milanese svelando una scaletta che in verità, è quella abbastanza blindata riproposta in quasi tutte le date. Siamo in quattro non rappresentiamo alcun pericolo, eppure l'autista che porta zio Bob all'Estragon tenta di metterci i bastoni tra le ruote nascondendo la discesa della band dal pulmino, pensando che ce ne saremmo andati con le pive nel sacco. Ma il giovanotto non aveva fatto i conti con la tenacia di due irriducibili fan degli Hüsker Dü, ed un collezionista di selfie con le celebrità del rock. Così restiamo in paziente attesa della fine del soundcheck, peraltro brevissimo, quando sbuca il bassista Jason Narducy, per una breve passeggiata nel nulla condita da sorrisi per i quattro irriducibili in attesa. Passano pochi minuti dal suo ritorno ed ecco spuntare zio Bob con tanto di penna già in mano per impreziosire i vinili di un raggiante Marco Sanchioni. Pochi minuti conditi di tanta gentilezza e qualche scatto fotografico, con Bob Mould che trova anche il tempo di apprezzare la cover del mio cellulare griffata Radio Birdman, che faranno la nostra felicità.Tenacia e pazienza sono state ripagate come si deve, ma mancano ancora più di due ore per l'inizio del concerto, per cui possiamo andare a consumare una frugalissima cena. Ritorniamo intorno alle ore 20.30 giusto in tempo per essere i primi ad accedere all'interno del locale e guadagnare la prima fila sotto il palco. Nell'attesa cominciamo a spargere la voce del compleanno in arrivo di li a qualche ora per Bob Mould e stabiliamo quando sarà il momento di fargli gli auguri da sotto il palco.

IL CONCERTO. 

Puntuali alle ore 22.00 salgono sul palco Jason Narducy bassista con un trascorso nei Superchunck e fondatore della band seminale di Chicago Verböten, il batterista Jon Wurster (The Mountain Goats e Superchunck), entrambi ora nella band Split Single di cui uscirà a breve il nuovo album "Metal Frame", e naturalmente Bob Mould alla Chitarra. Il tempo di inserire il jack ed è subito delirio con un trittico al fulmicotone, targato Hüsker Dü: "Flip Your Wig", "Hate Paper Doll" e "I Apologize" (vedi video in fondo all'articolo) mettono subito le cose in chiaro. I tre non faranno prigionieri questa sera e si lanceranno in una cavalcata elettrica che è continuo rimando tra le varie fasi della carriera di Mould e la nuova produzione. Subito a seguire due classici degli Sugar quali "A Good Idea" e "Changes" cui seguirà il primo estratto da "Patch The Sky" quella "The End Of Things" che sembra essere proprio un 'estratto dell'epoca di mezzo, quella appunto degli Sugar. La band è affiata ed in splendida forma, Mould ricama riff di chitara andando su è giù per il palco, Jon pesta a dovere pelli e piatti, e Jason spettacolarizza le linee di basso con una presenza scenica da manuale. La parte centrale del concerto è riservata all'ultima produzione di Mould con "The Descent" unico estratto da SIlver Age, "I Don't Know You Anymore", "Hey Mr. Grey" e "Tomorrow Morning" da Beauty & Ruin e da buona parte dei brani contenuti in "Patch The Sky" tra le quali non poteva mancare una splendida versione di "Hold On".





Senza un attimo di pausa, i brani si susseguono pigiando sempre più sull'acceleratore e bisogna attendere l'esecuzione di "Hoover Dam" e "No Reservation" (unica concessione a Warehouse: Songs and Stories degli Hüsker Dü) per avere un po' di tregua. Ma l'apoteosi è dietro l'angolo, quando vengono eseguiti gli estratti da Zen Arcade. "Something I Learned Today" e "Chartered Trips" insieme a "Celebrated Summer" eseguita durante il bis, mettono a dura prova il cuore del sottoscritto e preparano il gran finale cui si arriva attraverso due dei brani più potenti di "Patch The Sky": "Black Confetti" e "Daddy's Favorite" che preparano alla grande il rituale del bis. Al ritorno sul palco compare anche la torta di compleanno con tutto il pubblico a cantare "Happy Birthday Mr. Bob" che ringrazia con una superlativa versione di "In A Free Land" il classico della prima era degli Hüsker Dü.




Durante il bis si raggiunge il climax di una serata speciale che i presenti faticheranno a dimenticare ed alla quale si aggiungerà come ciliegina sulla torta, il post concerto vissuto nel backstage, con Bob Mould intento a distribuire fette di torta a tutti i presenti. Poi i saluti finali conditi da incontri inaspettati con vecchi planetari come Paola Bianco e Alberto Petrucciani, ed il loro cortese invito, ahimé declinato, a spostarci al concerto di Mike Watt. Una considerazione finale sul pubblico, decisamente sopra gli anta, con pochi giovani in sala, quasi che viene da pensare che il rock, sia oramai una musica per vecchi irriducibili come il sottoscritto, mentre i giovani sono fagocitati da altri suoni oppure altri nomi con più hype, che difficilmente raggiungono i vertici artistici di gente come Bob Mould. E così tocca a noi custodire al meglio questa genia di musicisti che hanno lasciato un segno indelebile nelle nostre vite.